L’importanza e gli effetti pratici dell’autostima nel business

Giulio Ardenghi

Cos’è veramente l’autostima di cui tanto si parla? Quali effetti pratici e concreti produce nel business? Da cosa è determinata? E si può agire sui fattori che la determinano? Risposte e nuovi punti di vista.

Più leggo sull’autostima nel business più le mie idee si fanno confuse.

Alta o bassa autostima, poca o troppa, e tutte le declinazioni fra questi poli mi sembrano che sfuggano all’unica considerazione che mi sento di sostenere dopo anni di pratica con imprenditori e manager.

Esiste la stima ed esiste la disistima. Inserire una valutazione soggetiva sulla quantità di stima implica un giudizio, un metro di misura riconosciuto e uguale per tutti. Ma chi definisce la scala?

Dilungarsi nelle definizioni delle sfumature serve per cercare il pelo nell’uovo utile a scrivere articoli o saggi o pagine web con scarsa rilevanza, però, per il mondo del business (aboutismo=girare intorno all’argomento).

Anche nei siti di coaching, benchè se ne scriva molto, raramente vengono riportati casi pratici reali.

Io preferisco rifarmi all’esperienza e alla vita reale di imprenditori e manager.

In altre parole quando un imprenditore o un manager mi chiede di intevenire sulla bassa autostima la richiesta dovrebbe essere di lavorare sulla stima o sulla sua mancanza, la disistima.

Non esistono aree di grigio. Affermare che “Giovanni ha troppa stima di sè è come dire che “Giovanna è troppo incinta”. Un’altra equivalenza: stima e non stima, è come vero o falso. Non c’è via di mezzo. O c’è o non c’è.

È dimostrato che la stima di sè è causa del successo “esterno” in termini di carriera, posizione e reddito. Non è vero il contrario1.

I risultati di carriera non influenzano sempre la stima di sè.

Facciamo un po’ di chiarezza e poi tuffiamoci nel pratico.

Il dizionario Garzanti non riporta la voce autostima. Ci sarà una ragione? Forse in italiano è più corretto dire stima di sè o disistima di sè.

E sia nella versione del 1972 su carta che in quella del 2009 on line, alla voce “stima” si trova al primo posto “valutazione monetaria di un bene”.

Alla voce “stimare”:

“determinare il prezzo, il valore di qualcosa; valutare: stimare un terreno, una casa .”

E solo al secondo posto un generico:

”credere, ritenere, giudicare: lo stimavo più…”

(cosa specificatamente? Giovane? Vecchio? Ricco?)

L’Oxford English Dictionary così definisce l’“autostima” (self-esteem):

“confidence in one’s worth or abilities.”

Quindi sembra che una persona possa avere una buona valutazione di sè in campo personale (buon partner, buon genitore, persona equilibrata, con buone relazioni, ecc.) e una valutazione bassa sulle proprie abilità, competenze. Vale ovviamente anche il contrario.

Inoltre il termine “stima” si collega a: dare un valore (valutare) e dare un prezzo (apprezzare).

Esiste quindi un’entità esterna a noi, preposta a esprimere un giudizio.

L’opininione altrui sembra incidere sul livello di consapevolezza delle nostre competenze operative. Ma non è possibile dare un “prezzo” alle nostre virtù personali. Solo noi stessi possiamo farlo.

Il termine autostima è diventato sinonimo di “auto-stiva”, in cui vengono stipati termini come: motivazione, fiducia, rispetto, valore, reputazione, considerazione, vero sè, identità, carattere, carriera, successo, ruolo, status, ecc. ecc. Un contenitore non un contenuto.

Il mio approccio pragmatico, volto a capire i fatti nella loro realtà e utile a chi deve risolvere problemi, mi porta a fare esempi pratici di come una persona con stima e un’altra senza stima reagiscono di fronte al medesimo evento.

MOBBING

  • Chi manca di stima si lamenta, accusa, va in stress, va alla ricerca disperata di un salvatore, scrive al “Personale” una lettera in cui richiama i propri record passati. Psisomatizza con fenomeni di insonnia, tachicardia, coliti, mal di testa. Modifica persino la propria postura irrigidendola, incassando la testa fra le spalle. Sfugge ai colleghi, si nasconde, non va più in mensa. Alle riunioni si defila. Si impegna al massimo nel compito affidatogli per dimostrare che “loro hanno sbagliato giudizio”. Complicazioni nella vita relazionale. Egli si identifica con il ruolo, con la professione e con la carica di “direttore”.
  • Chi ha stima in se stesso prende l’evento come un’eventualità da pagare quando si diventa manager. Considera la situazione come fase di passaggio utile per ridefinire i propri obiettivi, come possibilità di cambiamento per il meglio. Sta al gioco. Aspetta. Fa tattica. Compensa migliorando la propria vita non lavorativa, non si deprime. Rimane lucido. Il tempo lo trascorre svolgendo le attività assegnate (sovente un progetto fine a se stesso) senza strafare. Si guarda con discrezione intorno. Senza panico. Senza urgenza. Aggiorna il c.v. (curriculum vitae) da inviare agli head hunters con cui è rimasto in contatto, tasta il proprio network di relazioni.
    Rimane riservato, ma non nascosto.
    È consapevole della legge “oggi a me, domani a te” e nei confronti degli altri mantiene la propria dignità.
    Alla fine esce sempre vincente (anche dalla trattativa economica eventuale), perché quando è pronto con un’alternativa riuscirà a far capire che si può iniziare a parlare del distacco con l’azienda.
    Le imprese non vogliono impelagarsi in dispute legali, creare troppo clamore (danno anche per gli altri mamager che si vedono comunque soggetti a possibile minaccia).
    Apprezzano chi freddamente non ha creato problemi. E riconoscono con una buona uscta economica.

PRE-PENSIONAMENTO E PENSIONE

  • L’imprenditore o manager senza stima di sè si identifica con il ruolo, con la mansione.
    In pensione gli manca il cerimoniale, i riti sociali, la corte, il potere. Non si preoccupa di fare un buon passaggio di consegne (“che si arrangino!”). Cerca, a volte, di ottenere un ruolo di consulente, se no cosa fa tutto il giorno? Ha problemi relazionali anche in famiglia. Rinuncia a intraprendere una nuova attività, nel volontariato (molti ex imprenditori e manager sono richiesti da associazioni che aiutano i Paesi in via di sviluppo). Può soffrire di depressione. Si lagna con il/la partner. Trascorreva 12 ore e più in azienda. Ora vive con il partner 24 ore al giorno. E forse scopre una persona diversa, che non conosceva sino in fondo. Guai in vista?
  • Chi ha stima si è già da tempo preparato alternative. Non deve rinunciare ma sostituire vecchie abitudini con altre nuove. Dopo un buon periodo sabbatico di vacanza e relax concedendosi i migliori comfort, si ristruttura attivando nuove iniziative, coltivando le proprie relazioni, facendo una vita sociale appagante. Impara cose nuove. Cura il proprio benessere e il proprio aspetto. Non si trascura. Diventa attivo nella realtà locale. Si muove verso la novità ma senza stress. Fa le cose che gli piacciono, con le persone che gli piacciono e quando vuole. Sereno.

MALATTIA CON EFFETTI VISIBILI

  • Chi manca di stima si identifica con la malattia. Ne parla, ne parla, ne parla, facendola diventare poco a poco il principale argomento di conversazione, ma senza mai chiarire esattamente cosa ha e come si sente. Satura l’ambiente. Fa la vittima con tutti. Suscita commiserazione ma in senso negativo, non empatico: “Ti tollero perché umanamente richiesto”. Manifestano un vuoto esistenziale che è stato riempito dalla malattia. Il pessimismo prevale. Tutto è negativo. Mette in discussione anche le proprie abilità professionali. La vita è un inferno. Si sente menomato/a. Non si piace più. Stress, depressione, mancanza di concentrazione, minore resistenza che, se non dovuta a cause fisiologiche, aggravano una situazione già pesante.
  • Chi la stima ce l’ha, non si autocommisera con i colleghi per la malattia. La dichiara apertamente e “ufficialmente” una volta sola a chi deve saperlo. Cerca di regolarizzare la malattia. Vive il più normalmente possibile. Ascolta i segnali del corpo e dell’animo, li interpreta. Vi fa fronte con lucidità e amorevolezza verso di sè. È spinto all’azione per trovare un modus vivendi. Mantiene la capacità di valutare se un incarico lo può eseguire al meglio nel solito breve tempo o se è necessario più tempo. Lo dice. Si premia il più possibile perché si vuole bene. Diventa più comprensivo verso gli altri, ma rifugge dal buonismo. Viene dignitosamente ammirato/a dai colleghi. Coraggioso.

PROMOZIONE

  • Il suo ego si scatena. Mette la sirena. Lo fa sapere a tutti. Anche al compagno di liceo che non sentiva dai tempi della maturità. La notizia della promozione la inserisce in twitter, My space, e in You-tube carica il filmato della cerimonia dell’ultima convention sotto i tag carriera-promozione. Si fa subito stampare il nuovo biglietto da visita. Si informa di quando apparirà la notizia nella newsletter intranet aziendale. Mette bene in vista la nuova targhetta. Assume persino un’aria diversa. Il tono di voce cambia, o più suadente, impostato o più autoritario. Se ha diritto a un’auto di maggior prestigio la farà notare ai vicini di casa lasciandola sbadatamente parcheggiata per qualche sera fuori dal box. Entra subito nella corte del top manager o dell’imprenditore andando ben al di là dell’educazione e del rispetto nei comportamenti di riconoscenza e sottomissione. Pensa di essere stato premiato per la fedeltà. Si darà all’iperattivismo. Ha la cultura dell’Io.
  • Chi si stima accetta con soddisfazione la nuova nomina. Ringrazia e non diventa vanaglorioso. Non si dà arie. Non ostenta i nuovi simboli di status. Pranza con gli altri direttori o con l’imprenditore, ma continua a farsi vedere in mensa con i propri collaboratori. Li riconosce pubblicamente come elementi importanti del proprio successo. Non si toglie dalle attività sociali dell’azienda, continua a far parte della squadra di sci. Rimane disponibile verso gli altri, altruista. Ha la cultura del gioco di squadra. Compie un atto di giustizia verso un collaboratore. Si propone come tutor di nuovi talenti appena entrati in azienda, anche di quelli che portano un fresco scompliglio.

JOB ROTATION O INCARICO ALL’ESTERO

  • Chi si disistima pensa subito che deve lasciare la nicchia protettiva che si è creato. Si sente insicuro nell’affrontare una situazione nuova, un ambiente nuovo, colleghi sconosciuti. Si chiede se è adeguato…e poi la famiglia, all’estero si integrerà o no? La notizia può avere effetti traumatici sino a spingere al rifiuto. Preferisce assestarsi su una comoda mediocrità.
  • Chi si stima è consapevole che in un contesto globale, in un mercato veloce e con competitività di mercato e di carriera feroce occorra costantemente riprogettarsi, confrontarsi con quanto c’è di meglio al mondo, continuare a imparare, a fare nuove scoperte, a gestire colleghi di altre culture.
    Una nuova sfida si presenta e consapevolmente viene accettata con entusiasmo. Anche per la famiglia, se c’è, è un’occasione per vivere in un contesto internazionale, di apertura d’orizzonti, di crescita.

DA DIPENDENTI A IMPRENDITORI

  • “Non posso, non ce la farò mai”. Si dice chi non ha stima. Cambia idea mille volte sul progetto. Si muove lentamente. Non è focalizzato, non è determinato. Se fa qualcosa di errato la colpa è degli altri, non è mai sua. Non si fa aiutare e diventa cinico. Si riempie l’animo di biasimo. E la testa di pensieri inutili “avrei dovuto…avrei potuto”. “Non può andare…l’avevo detto, lo sapevo!”. Si sente sfortunato. Non scrive un piano. Naviga a vista. Gli mancano le facilitazioni dell’azienda: la segretaria, i collaboratori, i riti. Se può, farà di tutto per tornare a essere un dipendente anche accettando un ruolo e uno stipendio inferiore alla precedente posizione in azienda.
  • Si sente un protagonista. Per chi ha stima diventare imprenditore è un momento di crescita. Si sente motivato, energetico. Non vede l’ora di fare ciò che gli piace. È allineato (mente, cuore, corpo, “spirito”) con l’obiettivo. Ottimista. Lucido e in grado di prendere le decisioni più efficaci.
    Creativo e innovativo. Consapevole che all’inizio dovrà impegnarsi in prima persona. Svolgere anche i compiti più operativi. Dimostra costanza nell’impegno. Pronto a diventare più bravo, a trovare soluzioni vincenti. Consapevole che nel mondo altri sono in concorrenza con lui. Metodico e alla ricerca di feedback e di qualcuno di fiducia ed esperto con cui confrontarsi criticamente. Fa un piano e definisce gli obiettivi in modo specifico, preciso. Vuole diventare il più bravo nel settore.

PRENDERE DECISIONI DIFFICILI E IMPOPOLARI IN MOMENTI DI CRISI

  • Dispiaciuto. Chi si disistima dà la colpa alle circostanze esterne. Rifugge dal confronto. Con difficoltà è disponibile a incontrare di persona chi deve informare. Ha un comportamento evitante. Si fa venire sensi di colpa. Entra in stress, va in ansia. Cerca di delegare ad altri la comunicazione delle cattive notizie. Si nasconde. Evita gli spazi comuni di socializzazione. Ha paura d’incontrare in strada chi ha dovuto licenziare.
  • Si prende le proprie responsabilità e le ammette. Spiega. Coinvolge. Propone soluzioni compartecipate o, quantomeno, espone la situazione nei dettagli. Chi ha stima è disponibile al colloquio. Compie un atto di umanità. Riconferma l’apprezzamento personale verso i dipendenti coinvolti. Tranquillizza gli altri. Valuta l’impatto sociale. Si preoccupa dell’opinione pubblica.
    Comunica chiaramente anche ai media.

GESTIRE IL CAPO CINICO

  • Diventa uno “yes man” per evitare problemi. Cerca di rendersi indispensabile operativamente…finchè dura. Chi ha disistima di sè cerca di entrare nelle grazie del capo. Di far parte della sua corte. Dimostra fedeltà. Usa la lusinga. Se colto impreparato, inventa una risposta plausibile ma non verificata. Si può salvare con l’efficienza e la disponibilità totale. Passa a salutare il superiore la mattina e la sera. Ingoia i rospi e le umiliazioni pensando allo stipendio e ai benefit che ha.
  • Chi ha stima prende atto che non ci sono alternative. Rimane assertivo. Al cinismo oppone l’etica, l’onestà intellettuale, la trasparenza nei comportamenti. Dimostra lealtà. Si fa forte di un buon metodo di lavoro, dell’empatia che ha creato con la sua squadra. Efficace, fa parlare i risultati.
    Se attaccato ingiustamente o sgarbatamente può reagire virilmente (anche se donna) e poi chiederà un incontro personale con il capo per chiarire le cause dell’“incidente”. Se non conosce una risposta, lo dice, prende nota e risponderà entro 24 ore.

IMPRENDITORI CHE PASSANO LA MANO

  • Diventa Presidente Onorario, ma si tiene in realtà tutti i poteri. Chi non ha stima in sè, difficilmente l’avrà negli altri, quindi non delega. È assuefatto al potere. Si identifica col ruolo. Non è innovativo. Continua a presentarsi in azienda, dove ha ancora l’ufficio più prestigioso. Tutti devono sapere che chi comanda è ancora lui. Cambia un amministratore delegato dietro l’altro.
    Può mollare la parte tecnica, ma mai quella della gestione delle Risorse umane e della finanza. Sulle promozioni ha l’ultima parola. Impedisce alla figlia o al figlio di superarlo. Lascia i suoi uomini più fedeli nei posti chiave. È informato in tempo reale di tutto ciò che succede in azienda. Interviene alla chiusura delle convention col discorso della corona.
  • Istruisce. Allena il successore per tempo. Ne fa crescere e sviluppare le capacità. Ne riconosce in pubblico le qualità. Chi ha stima di sè piano, piano si fa da parte. Prepara meticolosamente la successione. Ufficializza in pubblico il passaggio delle consegne. Ridimensiona le corti basate sulla fedeltà. Concede di sbagliare al nuovo amministratore delegato. Gli concede credito, considerazione e lo fa sapere. Rimane un punto di riferimento per il vertice aziendale, ma in forma reattiva. Quando richiesto dà la propria opinione. Adotta l’understatement .
    Non si oppone ai cambiamenti. È consapevole che nel business non ci sono più barriere geografiche. Sa che ci sono poche persone capaci di fare bene il proprio lavoro in un sistema iper–competitivo, interconnesso, informatizzato. Sceglie attentamente il successore (uomo o donna, figlia o figlio) valutandone la preparazione manageriale e le qualità umane. Persone capaci di vedere al di là delle proprie specializzazioni. Dà empowerement. Se proprio desidera mantenere un legame con le sue imprese potrebbe essere il tutor del diversity management.

GESTIRE UN CLIENTE IMPORTANTE ARRABBIATO

Provate voi a immaginare la reazione di chi ha stima e chi non ce l’ha.

Ho voluto riportare sinteticamente alcune situazioni reali per spiegare come il business coaching può essere utile per acquisire i comportamenti atti a diventare manager e imprenditori con stima di sè.

PER RIASSUMERE

Il processo di business coaching efficace serve a:

  • prevenire le situazioni descritte negli esempi a);
  • diventare capaci di agire come negli esempi b);
  • riconoscere i segnali deboli di disistima e intervenire in tempo;
  • smottare convinzioni radicate;
  • superare i meccanismi e i modelli acquisiti autolimitanti;
  • ricevere feedback sui miglioramenti applicati;
  • confrontarsi sulle proprie idee e progetti con uno sparring partner preparato e costruttivo;
  • identificare i veri “mal di pancia” professionali e personali e risolverli;
  • acquisire una volta per tutte stima di sè per vivere e lavorare con soddisfazione ed entusiasmo.

Sono convinto che la vera stima di sè sia la capacità di essere “abitualmente eccellenti”.

Ovvero: sul piano oggettivo, pratico è la realizzazione delle propria essenza.

Sul piano soggettivo coincide con la propria felicità.

A contatto con imprenditori, manager, donne e uomini con stima ho sempre verificato la presenza di molte virtù quali: lealtà, benevolenza, rispetto, scrupolosità, gentilezza, sincerità, coraggio, discernimento, giustizia, ecc. e soprattutto l’allenamento o perseveranza nell’esercitarle. Quindi, le virtù, per me, sono alla base della stima di sè. Le virtù si possono acquisire, coltivare e incrementare. Alla fine vince il più bravo nell’applicarle nella professione e nella vita.

FONTI NELLE NOTE

  • Applied Psychology. 57(2):204-224, April 2008.
  • Kammeyer-Mueller, John D.; Judge, Timothy A.; Piccolo, Ronald F.

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