Film sul Business Coaching e la Leadership

Film per ispirarsi, motivarsi, riflettere e identificarsi con chi dimostra di avere le qualità necessarie al raggiungimento di qualsiasi obiettivo.

 

CREARE UN’ATTIVITÀ IMPRENDITORIALE: OSTACOLI E ED ERRORI DA EVITARE

Funny Money di Donald Petrie

Una bravissima consulente finanziaria non riesce a sfondare il “soffitto di vetro in quanto donna”. Pur avendo tutti i numeri del caso, i meriti di quanto lei fa se li prende un collega, abile nelle relazioni diplomatiche, che ne diventa il superiore. Di fronte a questa ultima umiliazione la protagonista, interpretata da Whoopi Goldberg, lascia il posto di lavoro in un notissimo istituto finanziario per mettersi in proprio.

Si scontrerà subito con la difficoltà di trovare clienti nella veste di consulente finanziaria indipendente senza l’ombrello del nome della banca d’affari per cui prima lavorava.

Gli ex–clienti, contattati per telefono accampano scuse per non parlarle (“ne devo aprlare con gli altri soci”) e anche quando riesce ad avere un appuntamento di persona, i potenziali clienti si meravigliano di trovarsi di fronte una donna (e di colore).

Per questo si inventa un fantomatico socio virtuale maschio e bianco di cui costruisce l’identità al computer. Con l’aiuto dell’ex segretaria efficientissima e abile nel curare i clienti, ecco che le porte si aprono e in breve tempo Cutty (nome del fantomatico socio, tratto da una famosa marca di whisky) diventa la star di Wall Street e finisce sulla copertina di Time. Fino allo svelamento finale della verità.

Benchè il copione non sia da capolavoro, il film ve lo segnalo in quanto nella mette in evidenza le difficoltà di mettersi in proprio con successo pur vantando un curriculum e un’esperienza operativa di tutto rispetto.

Ma quando sei là fuori, da solo, ti scontri con problemi quali trovare una sede appropriata, ma in linea con le tue scarse disponibilità economiche, con il dover fare tutto da te (anche i lavori di segreteria più semplici), il far a meno di una segretaria che sappia gestire il tuo tempo e i clienti, la costruzione di una notorietà e credibilità non più agevolata dal nome della tua ex–azienda.

L’entusiasmo e le competenze professionali sono un “given”, ma non bastano a lanciarsi con successo in una attività tutta tua.

La tentazione, nel peggiore dei casi, è quella di usare la mistificazione, di millantare relazioni o esperienze. Un gioco che dura poco.

Di nuovo un monito a non improvvisarsi imprenditori di se stessi. Ma di valutare con metodo come muoversi per evitare frustrazioni, tranelli, cocenti e dolorose umiliazioni.

Lanciare una propria start up con successo è possibile, seguendo un metodo preciso e sperimentato. L’improvvisazione dovuta al solo entusiasmo comporta un rischio di fallimento troppo elevato.

 

La nostra vita di Daniele Luchetti

Desidero segnalare questo bel film in quanto sottolinea drammaticamente come “fare il passo pù lungo della gamba” nel mettersi in proprio può sfociare in una serie di problemi e tranelli pesanti.

Il protagonista reagisce a una grave tragedia famigliare, la perdita dell’amatissima moglie, gettandosi a capofitto in un’attività imprenditoriale che dovrebbe assicurare ai suoi figli ciò che sino ad allora non hanno avuto: benessere, soldi, giocatoli, “cose”.

Riesce a convincere il suo datore di lavoro, un impresario edile, palazzinaro, ad affidargli in sub–appalto la costruzione di uno stabile e così diventare imprenditore di se stesso.

Dopo l’eccitazione iniziale, Claudio, il protagonista, si imbatte nei problemi di chi si è lanciato per reazione in una start–up senza aver valutato attentamente i pro e i contro, ma solo spinto da una reazione emotiva e dalla necessità di sfuggire a un grande dolore che non riesce ad elaborare.

Presto iniziano i guai: i lavori ritardano, il denaro per pagare in nero gli operai estracomunitari scaseggia. Viene piantato in asso dalla squadra di muratori che aveva selezionato. È costretto a rivolgersi a dei cottimisti super organizzati per recuperare il tempo perso e completare i lavori. Trascura la relazione affettiva con i figli e la sua vita privata va a rotoli. Solo ricorrendo all’aiuto dei famigliari riesce alla fine a uscire da una situazione sottovalutata e distruttiva.

Molte start–up partono sull’onda del solo entusiasmo che, a volte, ha radici in una volontà di reazione a una situazione negativa da cui si vuole fuggire. Un “via da” che porta con sè impreparazione e sottovaluatazione degli impegni finanziari, organizzativi e gestionali che conducono al fallimento del progetto.

Il film, in questa chiave, è un monito contro la reazione d’impeto e alla forzata dimostrazione a se stessi e agli altri di potercela fare anche da soli a conquistare il tanto bramato benessere materiale e un posto al sole.

Mettersi in proprio, diventare imprenditori di se stessi, lasciare un lavoro subordinato sicuro, sottostimare le conseguenze e le responsabilità verso la propria vita privata come reazione a una situazione traumatica non deve mai portare a trascurare le regole che governano la pianificazione e la creazione di una start–up di successo.

 

LA VERA LEADERSHIP E I VERI LEADER

Invictus – L’Invincibile di Clint Eastwood

Invictus, il film con la regia di Cleant Eastwood e un grande Morgan Freeman nei panni di N. Mandela non è una biografia e nemmeno un film sullo sport. Ma nello stadio di Città del Capo che vedrà a giugno i campionati mondiali di calcio iniziò a concretizzarsi l’idea della nazione arcobaleno, concetto geniale alla base della politica di riconciliazione di questo bellissimo e disgraziato Paese (dove io vi ho lasciato una parte della mia anima).

Il film mi ha colpito perché mostra l’applicazione concreta della vera leadership. Alcune frasi di Nelson Mandela spiegano in modo convincente come pensa e agisce un vero leader.

Il leader sa chiudere col passato e favorire la riconciliazione fra ex nemici. Stimola l’aggregazione su ideali condivisi con l’esempio. Motiva a superare le aspettative. Infonde fiducia.Sa riconoscere le persone di talento (Matt Dillon è il capitano della squadra di rugby Springbocks che vincerà, contro tutte le aspettative, la finale del 1995 contro i favoritissimi All Blacks).

Rispetta le diversità e riesce a far lavorare insieme per un fine comune ed elevato una popolazione diversa per razza, religione, livello sociale ed economico.

È consapevole delle urgenze, delle difficoltà, ma con un occhio al futuro, si concentra sulle priorità. Dipana intrecci complessi e trova soluzioni veloci da attivare. Prende decisioni che ad alcuni paiono insensate o votate all’insuccesso, ma si fida della propria sensibilità e intuizione.

Conosce come far vibrare le corde giuste dell’animo umano senza essere invasivo.

Rispetta ed è, al contempo, consapevole del suo “poter potere”. Ha chiaro il senso etico del ruolo che riveste e che gli viene riconosciuto perché sempre coerente con i proipri ideali. Nei momenti difficili, e questo mi ha colpito molto, si ispira, trae conforto, coraggio e forza per continuare nella propria missione da una poesia, un brano, un libro.

Nel film viene citata da Nelson Mandela una poesia di William Ernest Henley che potete leggere qui http://it.wikipedia.org/wiki/Invictus_%28poesia%29

Il film non contiene parolacce, non è gridato, non è pulp, “Mandela amplifica sino all’epopea i colori tenui delle buone maniere e la dolcezza delle mezze tinte, è il massimo della gentilezza contro il massimo della ferocia” dice il critico di un noto quotidiano.

Si impara sulla leadership più da questo film che da tanti libri. Da vedere.

 

STRATEGIE VINCENTI

La battaglia dei tre regni di John Woo

Segnalo questo film ambientato alla fine della dinastia cinese degli Han e incentrato sulla battaglia di Chibi a coloro che desiderano capire il vero significato di stategia.

La trama, epica e drammatica, con grandi movimenti di masse di soldati e cavalieri, racconta di Cao Cao, il primo ministro dell’mperatore Han che per unificare l’intero paese vuole attaccare il Regno di Wu e il Regno di Shu. Una volta unificato l’impero, Cao Cao vorrebbe sostituirsi all’imperatore, giovane, timoroso e indeciso.

I due regni del sud, guidati da Liu Bei e Sun Quan si alleano contro il nemico comune, con Kong Ming come stratega abilissimo. Quando Cao Cao porta il suo ultimo attacco nell’inverno 208 sul fiume Yangtze, i due eserciti si scontrano nella battaglia di Chibi.

La figura centrale è, a mio avviso, Kong Ming. Seguendo i suoi ragionamenti e i suoi piani si comprende l’importanza e l’utilità della strategia per vincere una guerra (di qualsiasi tipo).

Strategia è una parola che in azienda sovente si ha timore di pronunciare per non passare per teorico e poco pragmatico. Per questo si sono inventate espressioni come “strategia operativa” che è un non–sense, ma che serve per far passare un approccio operativo.

Il pensiero strategico, che si trasforma in tattica sul campo di battaglia (mercato) sembra essere un lusso, una sovrastruttura che o viene ritenuta inutile (si privilegia l’operatività di breve periodo) o la si considera la razionalizzazione di eventi già accaduti.

Invece la strategia è la razionalizzazione del quadro d’insieme coordinando e finalizzando piani operativi (tattiche) verso la conquista di un obiettivo (quote di mercato, alleanze interaziendali, contenimento di concorrenti, sviluppo di aree di mercato, creazioni di un sistema a rete fra aziende, lancio di un prodotto, diversificazione aziendale, passaggio da sistema B2B a B2C, etc.) di lungo termine e in modo duraturo.

La strategia si concentra “sulla foresta e non sul singolo albero”. Lo stratega (imprenditore o manager) considera l’ambiente in cui si svolgerà lo scontro, è a conoscenza degli armamenti del nemico, delle sue risorse, delle sue competenze specifiche, conosce la mentalità dell’avversario, ne studia le mosse e il modus operandi, i punti di forza e quelli di debolezza.

E, a mio avviso, soprattutto programma l’effetto sorpresa. Sembra un ossimoro. Tutte le grandi battaglie della storia sono state vinte da chi ha giocato nella strategia l’effetto sorpresa che significa “andare oltre l’ovvio, l’atteso, la consuetudine” spiazzando così l’avversario.

La tattica è il movimento delle truppe (es. forza vendita, promozioni) sul campo di battaglia e ha un obiettivo di breve (vincere la battaglia) per cui modifiche degli schieramenti e delle mosse durante lo svolgimento dello scontro sono normali azioni di adeguamento o di reazione agli eventi contingenti.

Cambiare strategia (se c’è) è complesso e costoso: riorganizzazione, modificare strumenti (es adozione web 2.0), creare nuove competenze, ottenere nuove risorse. Oggi il manager o l’imprenditore presi da troppe riunioni lunghe e sovente poco utili (cerimoniose), da continui spostamenti, hanno poco tempo per pensare, per studiare, aggiornarsi e capire la complessità che li circonda.

Il loro sguardo non vede molto lontano, né va in profondità. Sovente ci si “agita” molto, ma con scarsi risultati. oppure si rimane in stallo per timore di prenderee decisioni drastiche. In altre parole, non si occupano di strategia.

Il film illustra in modo chiaro l’importanza dello stratega Kong Ming e delle conseguenti azioni operative implementate dai re dei due regni del sud. Anche l’avversario è un acutissimo stratega.

Chi elaborerà l’effetto sorpresa più inatteso e vincerà la guerra? Chi è il vostro Kong Ming in azienda?

 

CAMBIAMENTO, MOTIVAZIONE E GIOIA DI VIVERE

Il mio amico Eric di Ken Loach

Il film, di Ken Loach, ha come protagonista un portalettere frustrato, distrutto dall vita, da due divorzi e da figliocci border–line. Non mancano i pensieri di suicidio. Il film è ambientato a Manchester nella cui squadra di calcio ha militato per lungo tempo Eric Cantona co–protagonista del film.

Sarà proprio Eric Cantona, idolo del nostro postino a salvarlo dalla depressione. Cantona appare come figura virtuale il cui ruolo è quello di spronare il povero protagonista a recuperare la stima di sè, a impostare una vita più sana, a farsi rispettare da alcuni malfattori, a puntare sull’amicizia dei colleghi di lavoro e dello stadio.

Cantona lavora come un life coach che stimola il cambiamento, creando la consapevolezza che una vita migliore è possibile già su questa terra, che i problemi sovente sono ingigantiti dalle nostre paure che ci bloccano nell’azione.

In seguito spinge al decisionismo, a gettare via la rassegnazione e a metter in pratica quei comportamenti che portano sulla via corretta del recupero della fiducia in sè.

“Se non cambi, sai già dove finirai” sembra il significato delle chicchierate immaginarie che i due protagonisti si scambiano.

Un film di amore, amicizia e azione che insegna come fa il life coaching che alla conquista della nuova consapevolezza delle proprie qualità e valori deve seguire la messa in atto di comportamenti pratici nuovi (vedi il rapporto con l’ex moglie).

Il cambiamento del protagonista non passa solo nella testa, ma è rinforzato da un agire energico, risoluto, assertivo (vedi la cena con i figliocci) ma sempre permeato di “cuore”.

Mi è piaciuto perché è un esempio del coraggio che serve per cambiare davvero. In meglio.

 

The Millionaire di Danny Boyle

Il protagonista arriva a coronare un sogno, rispettando i propri valori, facendo fronte a situazioni impegnative con inventiva e sagacia, senza compromettere la propria dignità ed etica. Si ride, si partecipa, ci si meraviglia e si esce dalla sala con l’animo più leggero e contento. Per avere successo a volte basta essere se stessi.

 

Across The Universe di Julie Taymor

Lo consiglio perché è un musical energizzante, dedicato agli anni ’60, con musiche dei Beatles. Si installa nel cuore e nella testa. I protagonisti ritrovano l’amore dopo incomprensioni e separazioni. È una flebo di piacevole allegria stimolante. Contro lo sconforto, in favore della vita

 

Giù al Nord di Dany Boon

Insegna che non tutto il peggio vien per nuocere. Un’esperienza nuova può far emergere nuovi entusiasmi, il vero sè, ritrovando armonia in famiglia, collaborazione con i colleghi, fiducia. Un trasferimento come metafora del cambiamento che fa nascere desideri di autenticità.

 

U-boot 96 di Wolfgang Petersen

Film di guerra ambientato nel 1941 che si svolge in un sommergibile tedesco dove il giovane equipaggio affronta diverse missioni pericolose, impegnative, che mettono a durissima prova sia dal punto di viata emotivo che fisico.

ll comandante del sommergibile, dopo essere uscito da una situazione limite, dice: “Con degli uomini così si può fare tutto”. Ecco cosa un capo dovrebbe dire della squadra che ha saputo creare e guidare

Lo Studio GA è il partenr giusto per un capo che vuole trovare risorse e competenze per selezionare, formare e lavorare con un gruppo di collaboratori che abbiano uno spirito vincente e risoluto.

 

RAPPORTO PIÙ EFFICACE E RISPETTOSO TRA COACH E CLIENTE

Il discorso del re di Tom Hooper

Il discorso del re è un film di Tom Hooper con Colin Firth e Geoffrey Rush che desidero interpretare come metafora riuscita del ruolo di un coach.

La trama del film ruota intorno a re Giorgio VI che soffre di balbuzie, un problema grave per il nuovo re e imperatore che ha sostituito sul trono dell’impero britannico il fratello Edoardo VIII che ha abdicato per amore dell’americana Wally Simpson.

La II Guerra Mondiale è una minaccia imminente e l’Inghilterra ha disperatamente bisogno di raccogliersi intorno a un leader.

La moglie Elisabetta, nel tentativo di aiutare il marito a superare i suoi problemi di linguaggio, va contro tutti i suggeriomenti dei cortigiani e organizza al marito un incontro con l’eccentrico logopedista Lionel Logue. L’inizio fra i due non è facile anche per i metodi poco ortodossi utilizzati dallo specialista in problemi di linguaggio.

I due si impegnano nell’applicazione di un tipo di trattamento non ortodosso che assicurerà al re una soluzione veloce e duratura del suo problema.

Il re e il logopedista riescono a creare un legame indissolubile.

Il logopedista, metafora del coach, riesce a far emergere dal Re i veri ostacoli che causano le sue difficoltà di linguaggio: lavora in primo luogo sulla sua autostima.

Smotta le convinzioni autolimitanti e toglie quelle etichette e giudizi che causano un senso di inadeguatezza a re Giorgio. Prendendo consapevolezza delle origini dell’handicap e risvegliando risorse interiori, il Re libera finalmente la propria personalità e con il continuo esercizio, a volte molto creativo, riesce a tenere il discorso di mobilitazione delle nazioni di tutto l’impero.

La somiglianza col lavoro che un business coach fa con un imprenditore, un manager o un professionista sta proprio nella capacità di liberare la persona da convinzioni, abitudini, giudizi che ne limitano la capacità di miglioramento.

Col parallelo intervento per rinnovare o far emergere risorse nascoste atte a ristabilire la fiducia nelle proprie capacità.

La determinazione a riuscire e il costante esercizio guidato di una pratica ritagliata su misura del “cliente”, e per questo a volte anche creativa, permettono al coachee di crearsi nuove abilità utili per uscire dalla Sindrome da Mancanza di Prospettive (LOPS) e riprendere in mano lo sviluppo del proprio business con soddisfazione professionale e personale.